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Paladini Vini di Sicilia

Il Rinascimento dei Vini di Sicilia
Relazione dell'Avv. Maggio al Simposio Italo-tunisino sulla viticoltura
Chi immaginasse il momento genetico, primordiale di un sistema planetario che collega i luoghi, le cose e la gente del vino, non potrebbe che farlo partire proprio dalla Sicilia e specialmente da quella occidentale che é la più viti-vinicola.
Tra le province siciliane, Trapani è quella maggiormente vitata: coprendo oltre il 50% della superficie vitata totale regionale, seguita da Agrigento (18%) e Palermo (13%). Complessivamente queste tre province rappresentano quindi più dell’80% del vigneto Sicilia.
Con i suoi centoventottomila ettari a vigna, questa isola-regione detiene il primato viticolo italiano (18% del totale nazionale) e supera - per densità di comprensorio vitivinicolo - la zona bordolese e quella Andalusa.
Tali vigneti, sparsi su un’isola di 25.000 chilometri quadrati (la più grande del Mediterraneo), disegnano paesaggi eterogenei, ciascuno caratterizzato da condizioni climatiche diverse: dalle aridità del sud costiero, ventoso e pianeggiante (30%), alle assolatezze delle colline nell’entroterra (65%), fino alle pendici dell’Etna (5%) dove la viticoltura è quasi una sfida al freddo e all’altitudine.
Basta questa varietà per evidenziare come la Sicilia del vino sia un piccolo continente composto da tanti terroir, ciascuno dei quali ha un vissuto, un habitat ed una organoletticità tutti propri ed esclusivi.
Ed è proprio dall’esaltazione e dal rispetto di tali unicità che nasce la filosofia vincente del vino siciliano di qualità.
Dagli otto milioni di quintali di uva dell’ultima vendemmia (quindi una produzione media di 65 quintali per ettaro) sono stati ricavati 6,5 milioni di ettolitri di vino, che hanno dato luogo ad una produzione di soli 200 milioni di bottiglie, “partorite” da 180 aziende imbottigliatrici (di cui 30 cantine sociali). Il fatturato complessivo è di 800 milioni di Euro, di cui il 10% prodotto all’estero: ove si esportano circa 650 mila ettolitri.



La geografia e la storia
Al di qua dei numeri, stanno tremila anni di storia della vite e del vino.
La civiltà mediterranea non è frutto del caso.
E la Sicilia si trova al centro di questa storia e della stessa geografia vitivinicola, punto di incontro e di sovrapposizioni che lasciano una traccia portando ad un amalgama forse inimitabile.
Se facciamo attenzione a quella ellisse climatica (chiamata the sun belt dagli Inglesi) che, partendo dalle valli portoghesi del Douro e attraversando il meridione ispanico, giunge fino all’Egeo ed alle coste turche, notiamo che la mia isola dei vini del sole è collocata proprio nell’ombelico di tale fascia ottimale per la coltivazione della vite.
Ma esiste in essa una serie di elementi tutt’altro che casuali.
Perfino la fauna siciliana somiglia a quella appenninico-meridionale.
E la flora fa pensare a collegamenti anche diretti con le altre isole del Mediterraneo orientale e con il Settentrione dell’Africa.
Ed ecco così delineato - sia pure per sommi capi - quell’habitat che caratterizza anche la nostra economia politica: il grano, l’olio, il sale e il vino. Fondamenti di una civiltà.
Tornando alla storia del vino, anzi alla sua preistoria, laddove non soccorrono i libri, i documenti, gli scritti, vale aiutarsi con l'immaginazione: che deve fare grandi balzi all'indietro fino ad età che hanno lasciato poche tracce, in luoghi che sono ormai quasi scomparsi nel nulla.
Come filo conduttore, il vino è essenziale non solo per i suoi ascendenti rituali, ma anche per la sua complementarietà: fu alimento, prima di essere scoperto come piacere puro.
La storia dei vini di Sicilia e la loro simbologia occupano gran parte della letteratura vitienologica mondiale.
Proprio qui, infatti, possono farsi datare le prime coltivazioni della Magna Grecia.
Proprio qui cominciò, allora, l’usanza di incidere sulle tessere d’argilla il nome del vino, identificandolo con quello del luogo di provenienza: le denominazioni d’origine, le d.o.c. ante litteram.
Già Diodoro Siculo testimonia del vigneto siciliano e dei suoi straordinari “vini-liquori”: tanto erano ricchi, dolci di mosto e saporiti a vino.
Nel mondo pagano, il vino è stato anche oggetto di adorazione, quasi come un essere soprannaturale, in quanto portatore di gioia.
Vi si sono appassionate non poche convinzioni religiose, fra cui quella dell'Islam secondo cui "il vino è un dono troppo grande per essere di questa terra".
Nel "Talmud" degli Ebrei si può leggere "ogni volta che manca il vino, si rendono necessarie le medicine".
Siamo ancora a più di 2500 anni fa !
Già da allora, il vino veniva usato per… rendere potabile l'acqua!
Da Ur (2400 a.C.) ci vengono le tavolette che indicavano il vino tra le provviste del tempio.
E così, dalla casualità siamo passati alla coltivazione vera e propria della vite. E dai Sumeri e da Gilgamesh all’Odissea, per collegarci direttamente alla nostra storia.
Ma quei protagonisti omerici il vino già lo trovarono in Sicilia.
La viticoltura, forse facendo perno proprio sull’Ararat, passò attraverso l’Anatolia al Nord, mentre dal Sud del Libano giungeva in Egitto per convergere da ogni parte e varcare il Mediterraneo.
Il vino, intanto, passava dai sacerdoti ai re e forse furono le sacerdotesse a custodirlo e ad offrirlo, pratiche religiose come la prostituzione sacra o semplici botteghe gestite da donne: dobbiamo rifarci al codice di Hammurabi (1.700 a.C.).
Ma eccoci così ancora una volta in Sicilia, ad Erice: sarebbe intrigante soffermarci intorno a questa misteriosa storia delle ierodule, le vestali di Venere…
Dobbiamo però attenerci al tema, al tempo in cui “Ausoniae Siciliaeque tenet confina terrae” richiamandoci ad Ovidio ed alle sue “Metamorfosi” (XIV, 5) quando ancora non si parlava d’Italia.
Ma ci troviamo tra Bronte, Sterpe ed Argo, figli monocoli di Gea e di Urano, residenti sull’Etna ed i Lestrìgoni, irascibili distruttori della flotta di Ulisse.
Ulisse non solo trovò “… la gioconda vite/che si carca di grosse uve…” (Odissea, IX, 110 e segg.), ma tanto di quel vino da stendere ubriaco Polifemo.
I Calcedesi ed i Corinzi a sovrapporsi ai Siculi ed i Focesi, i Greci, i Fenici a completare i Sicani. Si giunge poi alla storia e troviamo Megara Iblea (728), Gela (689), Selinunte (628) ed Agrigento (581).
Storia che deve far giungere a Cartaginesi e Romani e persino a quell’avventuriero di Pirro, ad epoche che non consentono più divagazioni.
Era il Matroneo, proveniente dalle coste della Tracia (e che deve aver avuto intorno ai 15 gradi alcolici), il vino che consentì ad Ulisse di prevalere sul Ciclope.
Già 6 secoli prima di Cristo, un testo indiano di medicina dice che "il vino rinvigorisce il corpo e la mente, è un antidoto contro l'insonnia, la tristezza e la fatica; suscita l'appetito, la contentezza e la digestione".
Tra l’VIII ed il V secolo, i Greci spingono verso l’interno tanto i Sicani quanto i Siculi, mentre nella parte occidentale gli Elimi appoggiati dai Punici possono resistere alla pressione.
Prima c’era già il vino, ma la certezza di una viticoltura organizzata la si ha soltanto dopo l’espansione greca; i coloni avranno trovato dei vitigni autoctoni, ma altri se ne saranno portati dalle loro terre; così torniamo alla via mediterranea, ai Cretesi, ai Micenei, ma anche ai Fenici, per ritrovarci a Naxos, a Gela, a Siracusa e giungere al tempo dei Romani e del Mamertinum.
Ormai siamo al 303 a.C., quando Roma mette in movimento una potente macchina bellica contro Taranto, finendo con il coinvolgere Pirro e trovarselo con i suoi elefanti all’assedio di Lilibeo (la mia Marsala).
Basti pensare poi alle guerre puniche.
Prima di Cesare e della Venere Ericina, i Sicani conoscevano una sola divinità autoctona, Ibla, dea dei campi, delle messi e della vita.
L’occupazione araba segna, forse più di qualsiasi altra, un’impronta indelebile e non solo per quanto attiene al vino: considerando che, ancora nel IV secolo, in Arabia i mercanti di vino ed i bettolieri erano per la maggior parte cristiani e che il vino – scrisse anche Stradone – fu un valido agente di propaganda cristiana in seno all’antica Arabia; questo sarebbe confermato anche dalla origine aramaica di numerose parole relative al vino.
Nel Corano si parla del vino, lo si condanna e lo si considera tra le “sozzure del Shaytan”, ma se ne dice anche bene: “… dal dattero e dalla vigna voi estraete bevanda inebriante e alimento eccellente… è un segno per gente che vuol capire (Sura XVI, 67).
Abbiamo da ricordare che non vi furono eccessive restrizioni nei confronti dei Cristiani e che, grazie agli Arabi, certamente in Sicilia si giunse alla distillazione del vino, della vinaccia o dell’uva precorrendo i tempi, comunque alla produzione di alcool che veniva usato per disinfettare le ferite.
Conviene accelerare i tempi e ricordare, almeno, Sante Lancerio che ci parla, intorno al 1550, del Bianco di Alcamo, per arrivare al giorno del 1773 in cui l’inglese John Woodhouse scoprì casualmente il perpetuo, lo reputò d’ottima fattura, ne acquistò una rilevante partita e, per inviarlo in Inghilterra, ne rinforzò il corpo con l’aggiunta di alcool di vino: facendo così nascere il Marsala. Dagli Arabi agli Inglesi i quali, da secoli, dalla roccaforte di Calais si erano spinti verso il Sud ponendo radici a Bordeaux per poi giungere a Porto e quindi a Madera ed a Jerez de la Frontera, alla ricerca non soltanto di buoni approdi, ma anche di ottimi vini.
Noi Siciliani, grazie anche al vino, abbiamo dunque mantenuto una nostra identità peculiare.



Il vigneto Sicilia, oggi
Tornando alle cifre, la superficie ad uve bianche è ancora fortemente predominante, rappresentando il 77% circa della totale, contro il 22% di quella ad uve nere.
Negli ultimi anni si è tuttavia assistito ad una crescente tendenza all’impianto e reimpianto con varietà a bacca nera in seguito alla crescente domanda di vini rossi siciliani. E nell’immediato futuro la percentuale della superficie investita ad uve nere è destinata a crescere.
La coltivazione delle uve bianche è concentrata nella Sicilia Occidentale (Trapani, Agrigento e Palermo) dove rappresenta il 76% circa della superficie vitata totale siciliana e circa l’86% della superficie totale vitata dell’area in considerazione, mentre nella Sicilia Orientale l’incidenza delle uve nere sul totale della superficie totale vitata dell’area è dell’85% circa.
Passando alle varietà, la cultivar più diffusa è il Catarratto bianco comune che rappresenta il 46% circa della superficie siciliana investita a vite, seguita dal Trebbiano toscano (12% circa) e dal Nero d’Avola o Calabrese (10,3% circa): quest’ultimo è dunque il vitigno prevalente tra quelli a bacca nera con il 47% della superficie vitata regionale ad uve nere.
La composizione varietale del vigneto siciliano è in piena trasformazione ed evoluzione; negli ultimi anni sono stati eseguiti molti nuovi impianti e reimpianti con varietà alloctone ed autoctone di pregio, di cui molti ettari stanno entrando in produzione.
La perdurante presenza del Trebbiano, è ancora retaggio del passato (quando, fatte le debite eccezioni, si produceva più per la quantità che per la qualità) e la sua incidenza è destinata sicuramente a calare quando concluderanno il loro ciclo vitale molti impianti ormai a fine “carriera”.
Interessante il terzo posto del Nero d’Avola: un vitigno autoctono siciliano di gran pregio che rientra in purezza o con varietà alloctone (Cabernet, Merlot, Syrah) negli uvaggi di alcuni grandi vini siciliani che hanno ottenuto prestigiosi riconoscimenti in Italia e all’Estero.
La forma di allevamento più diffusa è la “controspalliera” con il 64% della superficie sul totale vitato regionale, segue “l’alberello” con il 21% e il “tendone” con il 14% .
La Sicilia è inoltre la regione italiana con più ettari destinati alla viticoltura “biologica” con una superficie di 14.278 ettari nel 2003.
Si tratta di un mercato in forte espansione e dalle grandi prospettive future. Attualmente il maggior assorbimento della produzione biologica è il mercato estero: prevalentemente Germania, Inghilterra, Svizzera, Nuova Zelanda e Giappone.
Comunque, a prescindere dalle uve biologiche in “senso stretto” certificate ufficialmente, si deve dire che la viticoltura in Sicilia, grazie al clima caldo–arido, è da sempre caratterizzata da una minore incidenza delle malattie e degli attacchi parassitari e, di conseguenza, da un minore uso di fitofarmaci rispetto alla viticoltura delle zone a clima umido. La “sanità” della produzione è stata sempre un punto di forza della viticoltura siciliana !
Passando alla produzione, la situazione è conseguenziale a quella configurata per le superfici: la Sicilia si contende, secondo le annate, il primato produttivo con il Veneto e la Puglia.
Nell’ultimo quiquennio (1999-2003) la Sicilia ha prodotto mediamente 9,3 milioni di uve da vino e 7 milioni di ettolitri di vino e mosto.
Nell’ultima campagna vitivinicola, 2003/2004, si è avuta una produzione di circa 6.533.030 ettolitri, di cui circa 1.700.000 di mosto muto.
La produzione di uva e di vini ha avuto un andamento decrescente, con un calo rilevante negli ultimi due anni.
Le cause di questo fenomeno sono ascrivibili a :
- estirpazione con abbandono dei vigneti, che nel decennio 88/98 ha portato alla perdita di oltre 17.000 ettari di vigneto.
- andamento climatico che, specie nelle ultime due campagne, anche se per motivi diversi (siccità, piogge eccessive), ha portato ad una sensibile riduzione della produzione di vino.
- ristrutturazione e riconversione dei vigneti che, sia con i fondi strutturali stanziati dall’OCM vino, sia con investimenti privati, ha “naturalmente” portato ad una diminuzione delle rese dei vigneti a beneficio della qualità.


Le lezioni del passato e le opportunità del presente
C'è stata, è vero (e in parte c'è tuttora) una parentesi negativa: quella degli anni di abbondanza spropositata, dovuta a facile mercato di quantità e di distillazioni senza senso, che hanno fatto degenerare la mano del viticoltore verso allevamenti troppo espansi.
Negli anni ’70 la viticoltura siciliana visse una fase di forte aumento sia in termini di ettari impiantati sia, soprattutto, come incremento delle rese unitarie.
Erano gli anni della “politica della quantità”; si producevano 10-12 milioni di hl. di vino: per la maggior parte (fatte le debite eccezioni) anonimo e di mediocre livello qualitativo, ma che tuttavia riusciva a creare reddito.
Si pensi che nella sola Francia si esportavano circa 4,5 milioni di ettolitri per lo più sfuso e ad alta gradazione utilizzato come vino da “taglio”.
Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, il forte calo dei consumi, l’avvento del MCR portarono ad una forte eccedenza strutturale con elevate giacenze di vino invenduto, specie nel segmento del vino sfuso, la cui crisi diveniva di anno in anno sempre più preoccupante.
Gran parte delle strutture cooperative producevano ormai solo in funzione delle distillazioni, non preoccupandosi più della qualità del prodotto ed allontanandosi sempre più dal mercato.
In seguito, nella prima metà degli anni ’80, ci si rese conto che non si poteva più perseguire più questa strada e bisognava dare una “svolta” alla vitivinicoltura siciliana.
In quegli anni si impostarono i primi programmi seguendo 3 direttrici:
a) ristrutturazione e riordino della base ampelografica;
b) revisione delle strutture di trasformazione dell’uva;
c) promozione del vino siciliano.
E’, dunque, verso la seconda metà degli anni ’80 che vengono avviati - soprattutto per merito di alcune aziende private - tutti quei processi finalizzati al miglioramento qualitativo della produzione.
Si realizzarono così numerosi campi sperimentali su quasi tutto il territorio regionale con l’introduzione e lo studio dei grandi vitigni internazionali, cui seguì – ad opera dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino - la realizzazione della Cantina sperimentale di microvinificazione e la selezione e valorizzazione di alcune cultivars autoctone di pregio (Nero d’Avola, Inzolia, Frappato), si instaurarono rapporti di consulenza con Istituti di Ricerca e con tecnici di valore, si portarono in giro per il mondo i vini siciliani con la partecipazione collettiva delle aziende a mostre e fiere, si avviarono attività promozionali varie in Italia ed all’Estero, fu effettuata un’attività di formazione ed aggiornamento, rivolta agli operatori vitivinicoli, con lo scopo di divulgare innanzi tutto, i risultati della sperimentazione viticolo-enologica e gli studi e ricerche di mercato.
Da allora, si è lavorato per abbattere lo stereotipo di un vino siciliano visto solo come un vino forte e ad alta gradazione. Si dimostrò che la Sicilia poteva produrre, con opportune tecniche, vino a moderata gradazione alcolica e di alta qualità.
Nel ’92 viene redatto il “Piano Regionale Vitivinicolo”: suo obiettivo generale fu quello dell’ “equilibrio dinamico tra domanda ed offerta che porti alla razionalizzazione e al rafforzamento del settore attraverso”:
a) qualificazione, tipicizzazione e diversificazione dell’offerta per mezzo della riqualificazione della materia-prima (riconversione varietale) e l’innovazione dei sistemi di trasformazione;
b) riduzione del potenziale vitivinicolo con la riduzione funzionale delle rese unitarie;
c) ricerca di nuovi sbocchi di mercato;
d) aumento del reddito unitario come diretta conseguenza del miglioramento qualitativo.



La distillazione e lo sfuso
La distillazione rappresenta ancora oggi un importante sbocco di mercato per la cooperazione siciliana. E ciò anche se, negli ultimi anni, da parte di molte cantine sociali sono stati compiuti investimenti strutturali per la produzione di vini di qualità. Purtroppo, nei giorni che viviamo la percentuale di vino sfuso di bassa qualità risulta ancora eccessivamente elevata ed il ricorso a tale meccanismo di mercato, insieme a quello degli aiuti al magazzinaggio privato, contribuisce in maniera rilevante a formare il bilancio della cooperativa.
Infatti, la struttura produttiva della Sicilia è composita: da un lato si hanno organismi associativi (cantine sociali e cooperative) in prevalenza orientate alla produzione di vino sfuso, spesso di non alta qualità; dall’altro lato una positiva realtà, rappresentata da aziende individuali di dimensioni medio-piccole e da alcune cantine sociali, molto dinamica ed attenta, ancora poco rappresentativa in termini quantitativi, ma che funge da traino dell’intero comparto ed è orientata principalmente alla produzione di vini confezionati di qualità.
Al confezionamento finisce quindi ancora una percentuale ridotta, in termini quantitativi, della produzione regionale, stimabile intorno al 15%: la restante parte trova sbocco in prodotti a basso valore aggiunto.
La produzione di vino sfuso rappresenta la maggior parte della produzione vinicola regionale.
L’andamento dei prezzi di mercato del vino sfuso registra un andamento pressocche’ costante negli anni: con picchi in alto (1994/95 e 1995/96) e in basso (2000/01 e 2001/02) dovuti a fattori congiunturali, identificabili nel primo caso con cali produttivi dei principali Paesi concorrenti (Spagna, Paesi terzi), mentre nel secondo caso con abbondanti produzioni degli stessi Paesi, che, con costi di produzione sensibilmente piu’ bassi rispetto ai nostri, hanno maggiore facilità a collocare sul mercato i loro prodotti a prezzi per noi non remunerativi; tanto è vero che si è dovuto ricorrere alla distillazione “di crisi” per eliminare abbondanti giacenze di prodotto.
Una apprezzabile inversione di tendenza la si può registrare unicamente nell’ambito dei prodotti di alta fascia.



La svolta della qualità
Questo nuovo “corso” intrapreso dalla vitivinicoltura siciliana, portò nei primi anni ‘90 alcune aziende - le più sensibili - ad ottenere per prime importanti riconoscimenti, sia in campo nazionale che internazionale. Sulla scia di questi primi risultati, divenendo ormai chiaro quali grosse potenzialità e prospettive avesse la vitivinicoltura in questa regione, nacquero molte nuove aziende volte ad una produzione di qualità.
Oggi la coscienza vitivinicola appartiene ad ogni proprietario di vigneto, consapevole delle esigenze di un mercato ormai diverso e perfezionato sulla qualità, senza alcuno sconto!...
La formazione filosofica del sistema "vinea" che ci ha portato la colonizzazione ellenica ai tempi della Magna Grecia non è scomparsa nelle campagne e nella educazione tecnica siciliana: quindi è alquanto semplice ritornare ad ampliarla e a praticarla nel vigneto siciliano.
Oggi i tannini dolci e abbondanti nelle bucce delle grandi varietà di vino rosso in Sicilia, non costituiscono più la componente di un "vino da taglio" che veniva frustrato quando la pompa lo miscelava con quello sottile, povero o poco vigoroso del Nord-continentale, ma diventano i "qualificatori, i nobilitatori" delle qualità se pur raffinate, ma deboli e gracili delle zone continentali di alto livello commerciale. Quindi, non più "asserviti donatori di sangue alcoolico", bensì apportatori di sostanze estrattive, particolarmente polifenoliche, nobili e qualificanti sul piano della souplesse (morbidezza, duttilità) intesa in senso internazionale.
Non è facile produrre tannini dolci come quelli che si ottengono naturalmente in Sicilia dai vigneti ad alberello o a spalliera contenuta, con varietà pregiate, sia autoctone che alloctone, di rossi ad alto pregio! Tanto per citare qualche nome, il Nero d'Avola, il Cabernet, il Merlot, il Syrah - a produzione equilibrata per ceppo - permettono di ottenere vini ad altissima qualità organolettica, che non hanno alcun complesso di inferiorità con le grandi etichette pregiate del mondo intero.
Esistono quindi possibilità enormi nel vigneto siciliano. Esistono presupposti potenziali che si possono così esprimere ed elencare per i vini rossi:
1) Capacità di ricchezza estrattiva abbondante e completa nelle sue componenti.
2) Qualità del corredo polifenolico superlativa: tannini dolci, rotondi, ben polimerizzati: veri tannini nobili, grazie al clima e alle varietà "acclimatate" opportunamente scelte per gli scopi qualitativi e quindi anche ad equilibrato e mirato sistema di allevamento.
3) Apertura, ormai accettata e consolidata a varietà non solo più tradizionali, ma anche moderne e di grande interesse nel mercato internazionale della bottiglia di pregio. Varietà da associare, da "assemblare" con le siciliane tradizionali, che comunque devono essere sempre in presenza predominante, per "caratterizzare" la tipicità zonale, ma con stile rinnovato internazionale.
4) Grazie al clima e alla luminosità, la maturazione delle uve è più precoce in Sicilia e quindi i rischi di maltempo, generalmente sono inferiori rispetto alle zone continentali del Centro e del Nord. Di conseguenza, anche i processi microbiologici si svolgono con anticipo e oggi si possono controllare e contenere, se occorre, con validissimi mezzi tecnici, a partire dal regime tecnico regolabile.
5) In cantina, la tecnica offre notevoli contributi a favore della qualità ottenibile: dal controllo delle fermentazioni che permette estrazioni migliori per macerazioni prolungate e mirate, al controllo e all'espletamento rapido del processo malolattico, fino alla totale maturazione fisiologica del vino.
6) Inoltre, l'invecchiamento in legno a piccola capienza permette ai vini di alto valore polifenolico, di evolvere perfettamente e di essere passati in vetro per l'esaltazione del bouquet.
Per quanto riguarda i vini bianchi, assistiamo alle stesse offerte tecniche di produzione qualitativa.
Non più trebbiani o vitigni ad alta produzione quantitativa, di insufficiente corredo olfattivo e gustativo, ma varietà che permettono espressioni organolettiche incisive.
Vini che maturano e che sono capaci di profumo, di sapore, di struttura e di conservazione per lungo tempo in bottiglia.
Le varietà autoctone siciliane, quali il Catarratto, l'Inzolia, il Grillo sono eccellenti – l’importante è non eccedere nella produzione per ceppo e vinificarli al meglio in cantina - per queste realizzazioni enologiche di alta qualità, tanto che l'introduzione di vitigni alloctoni quali lo Chardonnay, il Sauvignon, il Muller Thurgau, e altri ancora, sono molto utili: ma non al punto da prevaricare sul carattere o sui caratteri così pregiati delle cultivar siciliane.
Ci sono poi eccellenti "intese organolettiche" tra varietà autoctone e alloctone, sia per i bianchi che per i rossi. Così il Cabernet e il Merlot, sempre comunque in minoranza, vanno in perfetto accordo con una maggioranza di eccellente Nero d'Avola... Il Syrah stesso (basta pensare al suo legame etimologico con Siracusa) è amico con il Nero d'Avola e ama essere accompagnato da esso in tante associazioni di uvaggi e vinaggi autoctoni-alloctoni. Una vera architettura di enologia raffinata!
Per i vitigni bianchi è la stessa cosa, ma gli autoctoni stanno spesso bene anche da soli.



L’attuale momento favorevole
In questi ultimi anni la qualità delle produzioni viti-enologiche siciliane è stata il segreto di un trend fortemente positivo che ha consentito ai suoi vini di affermarsi sui mercati italiani ed esteri.
Questi risultati di eccellenza, raggiunti raccogliendo la sfida sul terreno dei vitigni internazionali, hanno mostrato appieno le potenzialità enologiche del territorio siciliano. D’altro canto la Sicilia possiede un patrimonio di vitigni autoctoni di estremo interesse con circa 20 varietà che in vario modo vanno a costituire i vini a D.O.C. della Regione. A questi si devono aggiungere un numero imprecisato di “vitigni antichi” che attualmente sono coltivati solo in modo sporadico in alcune aree dell’isola.
Per la valorizzazione di questo importante patrimonio la Regione Siciliana in collaborazione con le Università di Palermo e di Milano e l'Istituto Sperimentale per la Patologia Vegetale di Roma ha avviato nel corso del 2003 un’indagine che ha come scopo il recupero e la valorizzazione dei vitigni autoctoni siciliani e che avrà durata quinquennale.
Questi risultati hanno portato alla definizione del concetto del "vitigno-popolazione", termine con il quale si contrassegnano quelle varietà che mostrano la presenza di numerosi biotipi, i quali, per caratteristiche produttive e/o qualitative, si differenziano in modo significativo dai valori medi rilevati nella popolazione del vitigno stesso.
Pertanto, con questo progetto in corso si vuole indagare sulla piattaforma ampelografica dell’isola con il duplice scopo di:
· Valutare la variabilità intravarietale presente in ciascuno dei 20 principali vitigni siciliani, al fine di approfondire sia le conoscenze sulle potenzialità agronomiche ed enologiche delle singole varietà, che di identificare e omologare cloni atti a soddisfare le esigenze di un settore viti-enologico sempre più orientato verso la qualità.
· Riscoprire e valorizzare i “vitigni antichi” per salvaguardare questa ricchezza genetica unica ancora inespressa e intatta.
Finora si sono individuati 3.400 ceppi a rappresentanza della variabilità intravarietale dei 20 principali vitigni siciliani e alla segnalazione di oltre 25 “vitigni antichi”. Tutto questo materiale è già stato classificato per le principali caratteristiche morfologiche del grappolo e della foglia e si sta provvedendo alla moltiplicazione di ciascun ceppo selezionato per la realizzazione di un campo-collezione, che verrà realizzato nel 2005: questo sarà la base per tutte le indagini agronomiche ed enologiche sui vitigni siciliani volte a valorizzarne il potenziale. Inoltre gran parte di queste piante è stata sottoposta alle prime indagini sanitarie: il che é indispensabile per intraprendere l’iter per l’omologazione di cloni e, anche in questo caso, i primi risultati ottenuti sono di estremo interesse grazie all’individuazione di diversi ceppi negativi ai primi test.
Nei prossimi anni le indagini sul patrimonio ampelografico siciliano proseguiranno e saranno volte in modo particolare alla ricerca di tutti quei “vitigni antichi” non ancora rintracciati, alle analisi del DNA per effettuare una chiara e sicura identificazione dei diversi vitigni eliminando così casi di sinonimie e/o omonimie e alle indagini agronomiche ed enologiche dei biotipi e/o dei cloni individuati.



La Sicilia produce ciò che vuole il mercato
Il mondo della qualità oggi desidera vini rossi "mondiali”, rotondi e grassi, con colore pieno, intenso, anche se sono stati invecchiati in barrique.
E' quindi facile per la Sicilia ottenere questi prodotti, perchè oltre a possedere patrimonio estrattivo ricco, essi hanno anche tannini che sono già polimerizzati in parte già precocemente o addirittura su pianta e quindi necessitano anche di minor soggiorno in legno.
I vini bianchi sono "spessi" di partenza, se provenienti da vigne ottimali e rispondono pienamente al gusto del consumatore che forse è ormai stanco, saturo di bicchieri "acquosi" e aciduli, simili fra loro in buona parte del nostro Paese e anche di oltre confine.
Vitienologia, dunque, invidiabile e promettente, quella siciliana se tutti i produttori entreranno del tutto nel concetto di rinnovamento qualitativo.
La Sicilia vive, tuttora, due possibilità straordinarie nei suoi vigneti e nelle sue cantine: 1) capacità di produrre grandi vini in proprie bottiglie etichettate e personalizzate con varietà di vini ad altissimo livello; 2) capacità di produrre anche grandi vini da esitare sfusi, ma non più con la frustrante caratterizzazione "da taglio", bensì con l'appellativo "da nobilitazione organolettica".



Le Denominazioni d’Origine e le Indicazioni Geografiche Tipiche
Gran parte del merito per questi successi va ascritto alla buona e talvolta eccellente tenuta di alcune “denominazioni d’origine” (specie dei liquorosi) e all’exploit registrato da “ottime indicazioni geografiche tipiche”, nonchè al sapiente matrimonio che i nostri bravi enologi hanno celebrato fra i migliori vitigni locali e le varietà alloctone collaudate che hanno mostrato di ambientarsi benissimo nel vigneto Sicilia.
Un discorso a parte va fatto proprio per le denominazioni di origine controllata. Sono 19 le DOC siciliane attualmente riconosciute, in ordine cronologico di riconoscimento: Etna (1969), Marsala (1969), Moscato e Passito di Pantelleria (1971), Alcamo (1972), Cerasuolo di Vittoria (1973), Moscato di Siracusa (1973), Malvasia delle Lipari (1973), Moscato di Noto (1974), Faro (1976), Contessa Entellina (1993), Eloro (1994), Menfi (1995), Sambuca di Sicilia (1995), Contea di Sclafani (1996), Santa Margherita Belice (1996), Delia Nivolelli (1998), Sciacca (1998), Monreale (2000), Riesi (2001). In pista di lancio la d.o.c. Erice, appena approvata dal Comitato Nazionale; altre (Mamertino, Salaparuta, Valle Belice) sono in fase di istruttoria.
Negli ultimi anni, il numero delle denominazioni è cresciuto notevolmente: erano solo 9 le denominazioni riconosciute fino al 1976. A fronte di questo incremento numerico non si registra un incremento sensibile in termini produttivi, come ettolitri di vino a DOC prodotto.
La produzione a d.o. in Sicilia rappresenta infatti una bassa percentuale sul vino complessivamente prodotto; nell’ultimo quinquennio (1998-2002) in media il 2%, per un volume che ha oscillato tra i 146 mila e i 207 mila ettolitri, di cui il 60% circa è rappresentato dalla doc Marsala. Le altre doc quantitativamente più rappresentative sono l’Alcamo, l’Etna, il Moscato e Passito di Pantelleria , il Cerasuolo di Vittoria e il Menfi.
Pur essendo quindi al primo posto tra le regioni produttrici di vino in Italia, la Sicilia è soltanto al tredicesimo posto per la produzione a denominazione di origine; rispetto alla produzione totale a d.o. italiana, quella della Sicilia rappresenta soltanto l’1,4 %, contro il 16,3 % del Piemonte, il 15,5 % del Veneto e l’11,6 % della Toscana.
La Sicilia ha una superficie iscritta agli albi dei vigneti dei vini DOC di appena 10.000 ettari, contro i circa 128.000 di estensione vitata totale regionale. Si tratta quindi di un segmento di mercato troppo esiguamente rappresentato, soprattutto alla luce delle sempre maggiori “esigenze” del consumatore; il vino “semplicemente” buono e sano non basta più, il consumatore vuole conoscerlo e, attraverso di esso, entrare in contatto con la sua terra d’origine e il produttore.
Raccontare il vino, comunicarlo, illustrare il valore del territorio, le sue peculiarità, le tradizioni enologiche diventa allora parte del processo produttivo, insieme alla soddisfazione degli altri due criteri di sicurezza e “piacevolezza” che intervengono a definire la qualità del vino stesso.
L’istituto della denominazione d’origine già di per sé racchiude la possibilità di soddisfare queste ormai imprescindibili esigenze legate alla conoscenza, e conseguenziale valorizzazione, del territorio e delle sue produzioni tipiche, e la possibilità quindi di determinare la tracciabilità del prodotto stesso.
Infatti, la legge 164/92 all’ art.1 stabilisce “Per denominazione di origine dei vini si intende il nome geografico di una zona viticola particolarmente vocata, utilizzato per designare un prodotto di qualità e rinomato, le cui caratteristiche sono connesse all’ambiente naturale e ai fattori umani” sancendo quindi questo legame imprescindibile con il territorio e l’ambiente in senso lato. E’ diventato quindi sempre più impellente per la Sicilia aumentare il volume della produzione a d.o. e operarne una proficua valorizzazione.
Considerato che al confezionamento finisce circa il 15% della produzione regionale , si deduce che gran parte del vino siciliano in bottiglia è rappresentato dalla produzione ad IGT(Indicazioni Geografiche Tipiche): Camarro, Colli Ericini, Fontanarossa di Cerda, Salemi, Salina, Sicilia, Valle Belice. Ma la loro produzione è rappresentata per la stragrande maggioranza dalla IGT Sicilia.
La situazione delle d.o.c. siciliane è differente l’una dall’altra: si passa da alcune DOC “storiche”con una produzione irrisoria (Moscato di Siracusa, Moscato di Noto, Faro), a quelle che non sono mai decollate (Santa Margherita di Belice), a quelle che hanno effettuato una revisione del disciplinare (Alcamo, Pantelleria) con l’introduzione di nuovi vitigni e tipologie da cui ci si aspetta un rilancio o una ulteriore affermazione. Inoltre per le doc Malvasia delle Lipari e Cerasuolo di Vittoria è stata avanzata richiesta per il riconoscimento della DOCG, categoria di vini ancora non rappresentata in Sicilia.
Questa scarsa produzione a doc è imputabile a vari fattori tra cui : maggiore incisività sul mercato del nome Sicilia, legato alla IGT, rispetto a denominazioni che fuori dal mercato siciliano sono pressocchè sconosciute, fatte le debite eccezioni (Marsala, Etna, Pantelleria, Monreale); minori vincoli burocratici della IGT rispetto alle DOC, in termini di rese, controlli, certificazioni, ecc.
Eppure oggi è impensabile concepire che la valorizzazione della produzione enologica siciliana di qualità possa prescindere dall’istituto della denominazione di origine: la sigla doc ha una presa ormai indiscussa presso il consumatore che è diventato molto più curioso ed esigente di prima. E questo vale ancora di più, oltrepassati i confini nazionali.
Sintomatico di una scarsa valorizzazione delle doc appare l’esiguo numero di Consorzi operanti.
In Sicilia esistono infatti soltanto 7 Consorzi di Tutela e precisamente: Consorzio di Tutela dei vini DOC Etna; Consorzio di Tutela del Cerasuolo di Vittoria; Consorzio Volontario di Tutela del vino Marsala; Consorzio Volontario per la Tutela e la Valorizzazione dei vini a DOC dell’isola di Pantelleria; Consorzio Volontario per la Tutela della Denominazione di origine controllata dei vini Monreale; Consorzio di Tutela del vino doc Faro; Consorzio di tutela del vino doc Malvasia delle Lipari e della igt Salina.
Di questi, solo il Consorzio Volontario per la Tutela dei vini a DOC dell’isola di Pantelleria e quello di Tutela del vino Marsala hanno ottenuto (rispettivamente con Decreto 5/4/2002 e con Decreto 13/2/2003) il riconoscimento da parte del Ministero Politiche Agricole che ha concesso loro l’incarico di svolgere funzioni di tutela, di valorizzazione, di cura generale degli interessi relativi alla doc, nonché di proposta e di consultazione nei confronti della pubblica amministrazione.
Alla base di questa scarsa incidenza dei Consorzi vi sono difficoltà oggettive, come quella di creare un sistema di imprese tra realtà non omogenee per dimensioni e struttura e quindi con problematiche e comportamenti fortemente differenziati (aziende private e organismi associativi) ma anche un problema culturale e di mentalità: l’associazionismo in genere (ma specialmente nel Meridione) viene spesso visto come fattore limitante dell’autonomia individuale ed i controlli come imposizioni vessatorie. Invece il consorziarsi dovrà essere inteso come capacità di stare insieme per la protezione e la valorizzazione di un comune bene economico, in cui necessari sono i controlli per un valido monitoraggio della qualità, dal vigneto alla commercializzazione, per evitare l’immissione sul mercato di prodotti scadenti che danneggiano l’intera filiera.





I protagonisti
Grazie ad alcune grandi etichette, i vini di Sicilia – che generalmente si caratterizzano per un eccellente rapporto prezzo/qualità - si aggiudicano le medaglie di vertice nei più prestigiosi concorsi enologici italiani ed internazionali.
E’ il premio visibile all’impegno forte che talune aziende rinomate (cui si sono aggiunte nuove e sorprendenti imprenditorie) profondono in direzione dell’altissima qualità.
La Sicilia continua ad attrarre anche gli investimenti di altre aziende italiane. A stimolare l’interesse del resto della Penisola verso quest’area produttiva è il desiderio ampliare la piattaforma varietale, e quindi la gamma di offerta; la Sicilia in questo senso è il luogo adatto per fare qualità, grazie alle condizioni pedoclimatiche ottimali che caratterizzano la sua viticoltura e all’immagine che l’isola è riuscita a conquistare negli ultimi anni
Determinanti sono stati anche gli sforzi delle aziende enologiche locali per uscire dalla regione e far conoscere se stesse e la propria produzione in Italia e all’estero. Gli investimenti in loco sono stati infatti anche sollecitati dall’appeal che i vitigni autoctoni iniziano ad avere sul mercato nazionale e all’estero.


L’epoca d’oro
La qualità, l’alta qualità, evidentemente è dunque producibile anche in Sicilia.
C’è anzi chi sostiene essere ciò più possibile qui che altrove.
E più di uno ne parla ormai in termini di Rinascimento siciliano: la revivescenza di una tal cultura enoica passa attraverso il recupero attuale del possibile vivere umano e del compatibile produrre, proprio nei posti in cui la vigna ed il vino sono di casa.
Si può, cioè, già toccare qui con mano quell’insieme di racconti e raccolti, di miti e riti, di sapori e saperi, di tradizioni e generazioni: che tanto fanno “terra del vino”.
Ecco perché, più che percorrere un itinerario topografico pur interessante, l’eno-turista motivato che viene in Sicilia ha modo di vivere qui un percorso “cordial-circolatorio” attraverso quest’autentico e virtuoso eno-sistema: fatto di vignaioli e di imprenditori, di cantine e di fattorie, di enoteche e di bottaie, di vigneti a perdita d’occhio e di gustosità senza fine.


DIEGO MAGGIO
Presidente


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